Sono stato cresciuto non solo da genitori e da maestri, ma anche da potenze più remote, nascoste e misteriose; tra le quali anche dal Dio Pan che stava, in sembianze di piccolo idolo indiano danzante, dietro il vetro nella libreria di mio nonno.
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Fino a tredici anni non ho mai riflettuto seriamente su quello che sarei diventato un giorno e quale mestiere potessi imparare. Come tutti i ragazzi, amavo e invidiavo alcuni mestieri: il cacciatore, il barcaiolo, il carrettiere, il funambolo, l'esploratore polare. Ma, più di tutto, avrei amato diventare un mago. Questa era la mia più intima, sentita inclinazione, una profonda insoddisfazione per quel che la gente chiama "realtà" e che a volte mi appariva come una sciocca convenzione degli adulti; un certo rifiuto di questa realtà, ora timoroso, ora beffardo, mi fu presto familiare, così come l'ardente desiderio di stregarla, di trasformarla, di elevarla.
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