“Mentre a Roma si attendeva con ansia che il presidente del Consiglio facesse la sua mossa, l'attenzione del paese fu distolta improvvisamente dall'alta politica e fu richiamata brutalmente dal mondo contadino siciliano. Il I° maggio 1947 i contadini di tre paesi della provincia di Palermo si riunirono a Portella della Ginestra per celebrare la festa del Lavoro. Era passata appena una settimana dall'avanzata del Blocco del Popolo nelle elezioni regionali, ed essi avevano quindi un giustificato motivo di gioia.
Quel giorno, 1500 persone si riunirono nell'ampia pianura vicino a Portella: da fuori erano giunte intere famiglie sopra a carri allegramente dipinti. Improvvisamente una mitragliatrice aprì il fuoco sulla folla dalla sommità di una delle colline circostanti. I contadini si gettarono a terra, ma il fuoco continuò forse per quindici minuti. Il noto bandito Salvatore Giuliano era andato per conto della mafia a ricordare ai contadini chi avesse davvero il potere nella provincia, elezioni o non elezioni. Undici furono i morti e sessantacinque i feriti.”
“Nell'estate del 1948, mentre in Italia cominciava a consolidarsi il dominio centrista della Democrazia cristiana, un fatto scosse il nuovo Stato fin dalle fondamenta. Il 14 luglio, un fanatico isolato di nome Antonio Pallante sparò a Togliatti mentre usciva dal parlamento e lo ferì seriamente. “
“I governi degli anni 50 e 60 lasciarono la massima libertà all'iniziativa privata nel settore edilizio, così come in ogni altro settore del “miracolo”, ad eccezione di quello radio-televisivo che invece mantennero sotto rigido controllo. Un primo momento cruciale di questo processo fu la mancata attuazione delle legge urbanistica del 1942, che dava disposizione ai comuni di preparare e far rispettare dei piani regolatori particolareggiati; tali piani sarebbero stati un importante passo avanti nella gestione del territorio se agli enti locali fossero state garantite le risorse e il potere necessarii per tradurli in atto.
Con l'accantonamento della legge, gli speculatori edili che avevano denaro per investire – e corrompere – poterono così approfittare della situazione impunemente per oltre trent'anni. Le case furono costruite, e anche in fretta... Come e dove, erano gli interessi dei costruttori a deciderlo.
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Spesso i palazzi erano costruiti senza riguardo per le norme edilizie o le misure di sicurezza, e i quotidiani dell'epoca dovettero più volte raccontare ai propri lettori le tragiche vicende di intere famiglie distrutte nel crollo di palazzi e di ospedali costruiti senza tener conto delle norme antisismiche.
Durante il grande boom edilizio del 53-63 vi fu spesso aperta collusione tra autorità municipali e speculatori. Il cosiddetto “sacco di Roma” ne fu una testimonianza drammatica: ai più grandi proprietari immobiliari, come la gigantesca Società generale immobiliare il cui principale azionista era il Vaticano, fu permesso di costruire in tutti gli spazi disponibili della città, e di coprire successivamente la periferia con interi isolati costruiti al risparmio ed esteticamente assai brutti.”
“Nell'estate del 1964, per la prima volta e certo non ultima nella storia della Repubblica, vi fu un tentativo di sovvertire l'ordinamento democratico. Il presidente della Repubblica Antonio Segni aveva incaricato Moro di formare il nuovo governo, ma appariva sempre più impaziente man mano che i negoziati tra i partiti si prolungavano. Era nota a tutti la contrarietà di Segni alla formula di centro-sinistra e la sua avversione per i socialisti. Il 15 luglio 1964, durante le consultazioni per il nuovo governo, Segni prese l'iniziativa anomala di convocare al Quirinale il comandante dei carabinieri, generale Giovanni de Lorenzo. Questo avvenimento creò un notevole subbuglio, soprattutto in considerazione del fatto che il giorno prima si erano temporaneamente interrotti i negoziati tra i quattro partiti di centrosinistra. Cosa avevano in mente il presidente e il generale?
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All'inizio del 1964 De Lorenzo preparò il piano “Solo”, che presenta una straordinaria analogia con il piano “Prometeo” utilizzato dal colonnello Papadopoulos nel 1967 per instaurare un governo militare in Grecia.”
“Vi fu un'ultima risposta all' “autunno caldo”, e risultò la più insidiosa di tutte. Il 12 dicembre 1969 una bomba esplose alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, provocando sedici morti e ottantotto feriti. Per la maggior parte le vittime erano agricoltori e commercianti, giunti lì per la loro visita settimanale alla banca. Lo stesso giorno altre due bombe, del medesimo tipo, scoppiarono a Roma, ferendo diciotto persone.
La polizia e il ministro degli Interni annunciarono, con una fretta non giustificata, che i responsabili erano da ricercare tra gli anarchici.
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Lentamente, ma inesorabilmente, la versione della polizia sulla responsabilità degli anarchici cominciò a disintegrarsi, ed iniziò a farsi strada una spiegazione più allarmante. Le prove che la polizia aveva deciso di ignorare portavano non agli anarchici, bensì a un gruppo neofascista del Veneto facente capo a Franco Freda e Giovanni Ventura. Ciò che a questo punto destava maggiore preoccupazione era lo stesso legame che Giovanni Ventura aveva con Guido Giannettini, un agente del Sid (Servizio informazioni della Difesa). Giannettini, oltre a far parte del Sid, era un fervente sostenitore del Msi. Cominciò così a venir fuori un quadro molto inquietante sui rapporti tra membri del servizio segreto e gruppi di estrema destra. L'opinione pubblica italiana, tenuta informata grazie ad alcune ottime inchieste giornalistiche, divenne sempre più convinta che si stava tramando un complotto ai danni della democrazia …
Questa era la strategia della tensione, impiegata con successo dai colonnelli in Grecia, e che adesso si cercava di riproporre in Italia ad opera dei neofascisti e di alcuni ambienti dei servizi segreti.”
“Il secondo scandalo riguardava le attività dei servizi segreti. Dall'inchiesta di un giovana magistrato di Padova, Giovanni Tamburino, emerse l'esistenza di un'organizzazione neofascista, denominata “Rosa dei venti””, che coordinava azioni di terrorismo in previsione di un colpo di Stato; tra i suoi affiliati vi erano alti esponenti delle forze armate e dei servizi segreti, e si parlò di un suo legame con i servizi segreti della Nato. Nell'ottobre 1974 Tamburino ordinò l'arresto del generale Vito Miceli, capo del Sid...”
“Le prime azioni delle Brigate Rosse, dal 1970 in avanti, non furono altro che propaganda armata circoscritta Milano e Torino. …
Nel marzo 1972 la prima persona rapita dalla BR fu un dirigente della Sit Siemens, Idalgo Macchiarini; i terroristi gli affissero un cartello al collo con scritto:” Macchiarini Idalgo, dirigente fascista della Sit Siemens, processato dalle BR. I proletari hanno preso le armi, per i padroni è l'inizio della fine”.
“All'inizio del 1978 erano cinque le colonne delle Brigate Rosse in funzione: a Milano, a Torino, a Genova, a Roma e nel Veneto. Nulla, comunque, faceva presagire l'azione intrapresa la mattina del 16 marzo di quell'anno, proprio il giorno in cui Andreotti avrebbe dovuto presentare alla Camera il suo nuovo governo, con i comunisti inseriti per la prima volta nell”area di governo”.
Alle nove e un quarto del mattino, la macchina di Moro e quella della sua scorta, caddero in una imboscata in via Fani mentre erano dirette in parlamento: i poliziotti scorta e l'autista vennero uccisi, mentre Moro incolume fu trasportato su un'altra vettura in attesa, dileguatasi nel traffico di Roma.
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Aldo Moro fu ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978.”
“Le inchieste giudiziarie via via impostate da una magistratura resa più indipendente dal potere politico hanno poi messo a nudo l'ampiezza dela corruzione, così come le oscure collusioni tra settori del ceto politico e cosche mafiose a loro volta collegate ad ambienti massonici.
Il problema della mafia, antica piaga italiana, è venuto infatti assumendo, nel corso degli anni '80, un nuovo impressionante rilievo. A determinare una vera e propria svolta sono stati l'espansione geografica del fenomeno come pure l'enorme incremento dei profitti, resi possibili dal traffico di droga. In particolare il commercio degli stupefacenti ha scatenato una “guerra” mai vista tra le diverse “famiglie” mafiose, coinvolgendo anche i loro referenti politici. Ma proprio l'esplodere dello scontro interno e la scelta di uomini che rappresentavano le istituzioni come bersaglio – sintomo di un sostanziale fallimento della strategia di “avvicinamento” nei confronti di partiti e istituzioni – ha portato ad una intensificazione della lotta antimafia da parte dello Stato.”
“Nel marzo del 1981 tre magistrati milanesi, Gherardo Colombo, Giuliano Turone e Guido Viola, nel corso delle inchieste sulle attività del banchiere Michele Sindona, scoprirono una lista di 962 persone appartenenti a una loggia massonica segreta chiamata Propaganda 2 (P2). A capo della loggia era un certo Licio Gelli, che nella guerra civile spagnola aveva combattuto come volontario con i fascisti italiani, lì aveva visto morire il fratello, e si era poi votato a organizzare attività anticomuniste sia in Italia sia in alcuni paesi sudamericani. Gelli aveva quindi costituito una società segreta, la P2, dai contorni assai inquietanti: essa reclutava membri da tutti i maggiori centri del potere statale – soprattutto servizi segreti, polizia ed esercito – e dalle potenti corporazioni professionali presenti nella società italiana. Obiettivo primo dell'organizzazione era la costruzione di una rete che impedisse alla sinistra di andare al governo in Italia e operasse per imporre un regime presidenziale autoritario.
Il coinvolgimento di molti democristiani nella P2, unito al fatto che l'organizzazione segreta era prosperata indisturbata per anni, gettò un profondo discredito sul maggiore partito politico italiano.”
“L'ultimo elemento che ha concorso a determinare la grande crisi ci riporta ai drammatici avvenimenti con cui si concludeva il capitolo precedente. Al punto in cui abbiamo lasciato le cose, le forze impegnate contro la mafia erano allo scompiglio: il “pool” di Palermo si era sciolto ed era probabile che la sentenza del maxiprocesso fosse rovesciata in appello. Proprio questo aspettavano con fiducia i capimafia in prigione, convinti com'erano che i loro contatti ai massimi livelli dello Stato avrebbero pilotato i processi verso una soluzione inoffensiva. Si fidavano di Lima e dei suoi referenti romani; si fidavano anche del presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, Corrado Carnevale, autore di una lunga serie di sentenze che avevano rimesso i mafiosi in libertà.
Ma alla fine serebbero rimasti delusi. In un altro drammatico scontro all'interno dello Stato, non meno decisivo delle iniziative di Borrelli e di Segni ma assai meno noto, il primo presidente delle Corte di Cassazione, Antonio Brancaccio, nell'estate del 1991, impose a Carnevale che l'appello del maxiprocesso fosse affidato a giudici di sua scelta. Le sentenze furono accolte e la catena delle collusione spezzata.
La vendetta della mafia non si fece attendere. Il 12 marzo 1992 Salvo Lima fu assassinto a Palermo. Giulio Andreotti, profondamente turbato, partecipò ai suoi funerali e difese il passato dell'amico ricordando il suo impegno contro la mafia. Poi, il 23 maggio e il 19 luglio 1992, la mafia uccise in rapida successione Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Questi orrendi delitti fecero da detonatore all'ultimo grande elemento della crisi. La mafia di Totò Riina si era spinta troppo in là nella strategia dello scontro con lo Stato. L'indignazione per gli omicidi di Falcone e Borsellino sfociò nella più grossa mobilitazione del secolo contro la mafia. Centinaia di mafiosi “pentiti” si rivolsero ai magistrati e cominciarono a raccontare i particolari delle attività delle loro “famiglie”. Di conseguenza, Riina stesso fu arrestato nel gennaio del 1993. uno straordinario magistrato piemontese, Giancarlo Caselli, assunse l'incarico di procuratore capo di Palermo e rifondò il “pool” antimafia.”
